Castiglione nel 1859

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L’Arch. Prof. Ing. Agostino Agostini é nato a Castiglione nel 1848, all’epoca dei fatti è un ragazzo di 11 anni. Nel 1907 scrive questa sua memoria.

Dire della Battaglia di Solferino e S. Martino del 1859, può sembrar cosa affatto oziosa, essendo essa nota a tutti, per l'interesse che ogni italiano ha preso e prende a questo importante e sanguinoso fatto d'armi, che fu la vera genesi dell'italiana liberazione. Ma vi sono alcuni fatti particolari non noti se non a coloro che ne furono testimoni oculari.  Così ad esempio pochi sanno che questa battaglia doveva esser combattuta a Castiglione, e che per mero caso di tattica strategica, avvenne in luoghi prossimi.

Nei giorni precedenti al 24 giugno, i tedeschi erano accantonati a Castiglione, e colle loro operazioni preparatorie, avevano reso questa terra un luogo fortificato. Il piazzale del Duomo era contornato da grossi platani, che furono abbattuti e disposti orizzontalmente paralleli alla grande balaustra di marmo che domina la campagna e dietro a cui venne operato un forte rivestimento di terra. In questo luogo eminente si dispose una serie di cannoni. Le case prospicienti la campagna, e formanti il lato di sera della Via Zanardelli (allora di S. Giuseppe), vennero poste tutte in comunicazione le une colle altre mediante traforamenti di muri: e le fronti ed i muri da cinta verso la campagna, vennero bucherellate a modo di feritoie: sbarrata la provinciale di Brescia con una barricata.Scene dalla battaglia di Solferino

Sul monte di Castello fu disposto un ordine di cannoni, che dall'alto erano destinati a battere più da lontano il nemico, dominando il vasto orizzonte verso mezzodì e sera, da cui si avanzava dopo la vittoria di Magenta.Nella casa Agostini ora filanda Lodrini, eravi la Cassaforte costituita da due grandi furgoni ripieni di monete metalliche, disposti nella corte, i quali ogni altro giorno venivano aperti e verificati, allineandone per terra i preziosi sacchetti. Ivi erano alloggiati un generale, due colonnelli,capitani varii, ed altri ufficiali: un intero battaglione aveva stanza sotto i portici perimetrali alla corte, e 17 guardie vigilavano continuamente attorno alla casa.

Di fronte a tutti i detti preparativi, la cittadinanza si aspettava da un momento all'altro che succedesse una battaglia in luogo: tutti gli animi trepidavano, anelanti di veder sventolare i tricolori dei liberatori alleati, pronti a prestar loro ogni sorta di aiuto.

Quando, al mattino del 20 tutto era scomparso! Nella notte, quietissimamente, senza che nessuno ne avesse avuto sentore, i tedeschi eransi ritirati, erano spariti come per incanto, non lasciando in luogo nemmeno un soldato rappresentante.

Fu allora che Napoleone III da Montichiari, imitando presso a poco quanto aveva fatto Napoleone I per la celebre battaglia di Castiglione del 1796, divise l'esercito in cinque parti, e cioè: destinò i Piemontesi verso Lonato, Desenzano e Peschiera; il generale Baraguey d'Hilliers con un corpo d'esercito per Castiglione verso Solferino; il Duca di Magenta verso Cavriana; Niel verso Guidizzolo; Canrobert verso Medole. Seguiva la Guardia Imperiale, diretta a Castiglione.

Così egli, che credeva l'esercito austriaco ritirato oltre il Mincio, intendeva andarvelo ad affrontare da tutte le parti.

Ma la ritirata degli Austriaci da Castiglione, non era stata che uno stratagemma tattico superlativo. Essi eransi arretrati fino al Mincio per trarre in inganno; e precisamente la sera del 23 una loro avanguardia si spingeva a Castiglione per verificare se fino a qui eransi spinti i francesi, allo scopo, in caso diverso, di rioccupare quella piazza.

A loro volta i Francesi di Montichiari facevano le ricognizioni proprie.

Una loro avanguardia era giunta in paese quello stesso pomeriggio, e, trovandolo disoccupato, i soldati, smontati dai cavalli, si erano distesi a terra nella piazza principale onde rifocillarsi. I cittadini li attorniavano, in ammirazione, sorpresi, guardandosi in faccia reciprocamente per meraviglia, perchè nulla comprendevano di quanto succedeva; tutti erano in trepidante aspettativa, o nulla osavano presentire; intanto si felicitavano di questi primi indizi di liberazione e inneggiavano ai soldati di avanguardia dell'esercito alleato: gli uni si decoravano di coccarde, gli altri sfoggiavano bandiere; gli evviva cominciavano ad allargare i cuori alla speranza. Quando un grido di un Castiglionese proveniente, ansante di corsa, dalla strada Rosario che mette verso Mantova, atterrisce tutti: Gli Austriaci! gli Austriaci! Un panico ed un rimesculio nella folla, un fuggi fuggi di spavento, dovevano far comprendere che alcun che di anormale stava per succedere; ma i soldati francesi non capivano le parole italiane. Allora il Sindaco, avv. Carlo Poli, intuita prontamente la cosa, da una finestra del Municipio si mise a gridare ripetutamente: Les Autrichiéns! I soldati buttarono in un attimo a terra piatti e bicchieri; inforcarono i cavalli, e si precipitarono contro gli arrivanti; i quali, avvedutisi del pericolo, rivolsero i loro cavalli a fuga precipitosa, non senza indirizzare colpi di fucile contro l'avanguardia francese, che rispose con altri colpi senza che tuttavia rimanessero dei feriti nè da una parte nè dall'altra.

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