La gioia e la gratitudine per ciò che è stato raggiunto non ci devono però far dimenticare che ancora troppo spesso il diritto di Ginevra è ignorato od addirittura gravemente violato. Mentre vi parlo, nei campi di prigionia giacciono ancora decine di migliaia di prigionieri di guerra o prigionieri politici tra i quali numerosi sono i feriti ed i malati, che hanno forse passato lunghi anni di cattività: sono veri e propri ostaggi dei negoziati internazionali. Vi sono bambini che muoiono per mancanza di cibo o di assistenza medica a causa della guerra, anche se un aiuto potrebbe essere prestato. Altrove, persone che hanno perso tutto nella guerra vagano tra le rovine delle loro case, in cerca di un segno di vita dei loro cari. Le sofferenze provocate agli uomini dai loro simili sono infinite. Non c'è invero da rallegrarsi: dal 1945 ad oggi ci sono stati più di 120 conflitti, che hanno fatto circa ventidue milioni di vittime. L'umanità si trova ora a dover affrontare altre sfide: la degradazione dell'ambiente ha assunto in molti paesi delle proporzioni spaventose; l'esodo rurale procede ad un ritmo serrato, mentre la miseria urbana diventa sempre più marcata; si assiste, negli ultimi tempi, al ritorno di certe grandi pandemie; nei paesi più poveri, decine di milioni di persone non hanno altra prospettiva che l'incertezza, quando si tratta del rispetto dei loro diritti fondamentali, a cominciare da quello di una vita decente; queste persone non possono accedere né all'istruzione né all'assistenza sanitaria; inoltre esse non hanno nessuna possibilità di migliorare la propria sorte né quella dei figli. All'epoca delle immagini virtuali, dell'economia immateriale e delle autostrade dell'informazione, non è inutile ricordare il divario crescente tra il mondo economicamente più avanzato ed una parte sempre più vasta della popolazione mondiale. Se non stiamo attenti, questi notevoli squilibri alimenteranno i conflitti di domani. L'ultimo decennio rappresenta poi una fase di rottura, di profondi cambiamenti. Siamo usciti dalla guerra fredda e dall'equilibrio del terrore per entrare in un periodo incerto in cui i sistemi di riferimento che servivano da parametri sono scomparsi. Tutte le strade sono aperte, tutti gli sviluppi sono possibili, ma nessuno di essi s'impone più. Certo, non c'è da stupirsi che ad un periodo di crisi politica corrisponda una perdita dei punti di riferimento dei valori umanitari. I principi che erano considerati fondamentali, vengono ora rimessi in discussione. Ma non dimentichiamo le grandi speranze generate dalla fine della divisione del mondo in due blocchi antagonisti, a cui tutto si opponeva: ci fu permesso allora di credere all'affermarsi di un universo più unito, più solidale, più umano. E' con piacere che si possono notare taluni sviluppi positivi verificatisi in alcune parti del mondo. Purtroppo -e lo ripeto-, in contrasto con buone notizie, quante tragedie senza soluzione, precipitate nell'assurdo di immense sofferenze ed inutili distruzioni; quanti nuovi dissidi, quante nuove zone d'ombra! Oggi, oltre trenta conflitti insanguinano la terra: conflitti di potere, per il territorio, di minoranze, di religione. Altrettanti scenari che mobilitano oggi tutte le forze del CICR. In questo momento, mentre vi parlo, il CICR -appoggiato da numerose Società di Croce Rossa- è impegnato in situazioni e posti molto diversi, per esempio *in Afganistan, infestato di mine, teatro di scontri violenti e da poco anche colpito da un grave terremoto o nel Tagikistan vicino, dove la guerriglia e la neve si sono alleate per creare delle condizioni di vita insopportabili per profughi e detenuti; *in Bosnia, in Cambogia ed in Angola -paesi in cui è da poco tornata una calma relativa- dove occorre sopperire ai bisogni più urgenti delle vittime e degli sfollati e cercare di dare delle risposte alle innumerevoli richieste di ricerca dei dispersi, e anche lì rimediare ai misfatti delle mine; *in Messico, dove fungendo da intermediari tra i Zapatisti ed il governo, eravamo riusciti a contribuire ai negoziati, ma dove dopo la recrudescenza della violenza stiamo ripartendo con un'importante operazione umanitaria, finalmente permessa dal governo; *in Perù, dove -oltre a visitare migliaia di prigionieri politici ed assistere nelle Ande la popolazione civile isolata e paralizzata da terrorismo e repressione- abbiamo potuto svolgere il ruolo di intermediario umanitario neutro e di facilitatore nel sequestro all'Ambasciata del Giappone, durante 126 giorni, confrontati all'inizio con più di 600 ostaggi; *in vari altri paesi, come nel Sri Lanka, la Colombia, in Israele e nei Territori autonomi palestinesi, in Giordania, nel Timor orientale, nel Kashmir indiano, dove l'autorità reprime gruppi di cittadini e dove noi cerchiamo di portare un pò di sollievo a prigionieri politici, proteggendoli dalla violenza delle forze di polizia; a questa descrizione posso anche aggiungere il Kossovo, con tutti i suoi problemi; *o ancora nella regione dei Grandi Laghi africani, nei due Congo, in Liberia, in Sierra Leone, dove dei conflitti "identitari" misti ad atti di banditismo rendono l'azione umanitaria più difficile e rischiosa, proprio quando i soccorsi sono indispensabili alla sicurezza ed alla sopravvivenza di decine di migliaia di detenuti e di centinaia di migliaia di profughi, che spesso errano senza speranza di una soluzione a medio termine. * In altre parole, il CICR cerca di essere presente là dove i conflitti si manifestano in tutta la loro violenza devastatrice per opporle i valori umanitari. E' dunque sulla violenza che vorrei riflettere un attimo, perché soltanto se riusciamo a capire la sua natura più profonda, potremo contrastarla e trovare così un filo conduttore per le nostre azioni. Ed il diritto troppo spesso non riesce a contenerla. E' proprio della violenza di cercare a schiacciare tutti quelli che le si oppongono. Essa si serve di mezzi esterni quali, per esempio, la forza delle armi e la prigione o può anche servirsi della stessa vittima, come nel caso della tortura, che degrada il corpo della vittima fino a farne, contro la volontà di quest'ultima, l'alleato del seviziatore. Così facendo, la violenza non tollera regole. Il suo unico scopo è schiacciare quello che essa percepisce come un oppositore per impedire che l'aggressore possa essere schiacciato a sua volta. E per questo tutti i mezzi sono buoni. A questo totalitarismo della violenza, che trasforma la vittima in oggetto, il CICR oppone il gesto umanitario, il solo che possa restituire alla vittima la sua individualità, la sua personalità e la sua dignità umana, che possa ridarle speranza o, nel peggiore dei casi, salvaguardarne la memoria. Concentrandosi così sulla vittima e sui suoi bisogni più immediati, l'azione del CICR è diretta. La vittima della violenza e del conflitto è e deve rimanere sempre il punto focale di qualsiasi azione, e l'obiettivo principale deve essere quello di confortarla nella sua sofferenza fisica e morale. Per quanto semplice possa sembrare, quest'obiettivo impone a volte delle scelte che comportano serie conseguenze, quando è la sorte di diversi gruppi di vittime che è in gioco. In tali momenti è possibile, se non addirittura inevitabile, che si commettano degli errori. In questo contesto; il CICR si è rammaricato e si rammarica ancora per le omissioni, forse gli sbagli, commessi durante la II Guerra Mondiale, in particolare in relazione all'olocausto. Debolezza ed errori forse, ma complicità mai. Il gesto umanitario deve essere prima di tutto spontaneo. Il CICR è chiamato ad essere vigilante dinanzi alla sofferenza delle vittime e di soccorrerle non appena possibile. Non saranno tollerate né attese, né tergiversazioni. Le vittime non possono aspettare. "Bis dat, qui cito dat". La spontaneità va di pari passo con l'indipendenza del gesto umanitario. Un atto che dipenda da qualcos'altro non può essere spontaneo. |