La Croce Rossa deve essere nei fatti e soprattutto deve essere percepita da tutte le parti in  conflitto  come  un'istituzione completamente indipendente da qualsiasi Stato   o   gruppo   politico.   La  firma  dell'accordo  di  sede  con  la Confederazione  Svizzera  del  1993  ha  consacrato questo bisogno profondo d'indipendenza del CICR anche nei confronti delle autorità del Paese di cui portiamo al vertice la nazionalità e che è stato la nostra culla.  La  Croce  Rossa  si  propone, inoltre, di agire in modo imparziale. L'atto umanitario  è  destinato  a  tutte le vittime di un conflitto armato, senza distinzioni.  Al  di  là  delle divisioni che la ragione o la società hanno stabilito  per  i propri scopi, quali quelle basate sulla razza, sul sesso, sulla  religione  e  sulla  nazionalità,  noi  esseri  umani  "siamo  tutti fratelli".  Il  dolore  delle  vittime ci proibisce di piegarci a categorie artificiali.  Soltanto il criterio dell'urgenza ci guiderà nella scelta dei nostri interventi. 

Affinché  questo gesto umanitario sia possibile, affinché esso sia efficace nel  contesto  del  conflitto,  esso  deve essere rigorosamente neutro, per quanto difficile ciò possa essere dinanzi agli eccessi della violenza.  La  neutralità  è  uno dei principi fondamentali della Croce Rossa e per il Comitato  internazionale  è  un  dovere assoluto. La stretta osservanza del principio  di  neutralità  da  parte  del  CICR ha lo scopo di mantenere un rapporto  di  fiducia  con tutte le parti ad un conflitto, in modo di poter andare dappertutto, in particolare nelle prigioni di tutti i governi e  -in situazioni di guerra civile-  anche in quelle degli insorti. 

E'  indubbio  che all'origine vi sia stata una relazione particolare tra la neutralità  svizzera e quella del CICR. Se il messaggio della Croce Rossa à stato ben accolto nel secolo scorso e le Convenzioni di Ginevra rapidamente firmate  dalle  più grandi potenze dell'epoca, è perché veniva da Ginevra e Ginevra  era  in paese neutro. La mononazionalità del CICR si spiega anche, parzialmente,  dalla  storia.  Ma attenzione di non spingere eccessivamente questo rapporto delle due neutralità.  Esse  hanno  un  senso  ben  diverso.  La Svizzera ha scelto e praticato la neutralità  per  proprio  interesse,  quale  mezzo per mantenere la propria indipendenza  e  la  sua  unità.  Il CICR invece non ha interessi propri da difendere,  la  sua  esistenza  non  é una finalità del Comitato, il CICR è neutro  nell'interesse  delle  vittime.  Ed  è  anche  nell'interesse delle vittime che l'istituzione difende la sua indipendenza! 

La  neutralità  del CICR  -insisto su questo principio fondamentale-  non è solo materiale per offrire la protezione e l'assistenza a tutte le vittime, per  poterle ovunque raggiungere; è anche un principio morale:  gli Statuti dicono  chiaramente  che il CICR "si astiene dal partecipare a controversie di carattere politico, razziale, ideologico e religioso". Il CICR non porta giudizio  sui  comportamenti  che  osserva e -salvo in casi eccezionalmente gravi ed a condizioni ben precise-,  non ricorre alla denuncia pubblica.  Questa  riserva  ci  causa  molte  critiche.  Eppure  essa  risponde ad una necessità  essenziale. 

Ogni Aiuti organizzazione  umanitaria  ha il suo modo di agire.  Ce  ne  sono,  come  "Amnesty  International",  che s'informano per denunciare  e per ottenere, attraverso la pressione dell'opinione pubblica, la riparazione di talune ingiustizie. Ma in fondo chi entra nelle prigioni, sono  i  delegati  del  CICR   -senza  comunicato  stampa-  e qualche volta proprio perché la campagna di Amnesty ha fatto si che l'autorità detentrice voglia   cercare  il  dialogo  con  un'istituzione  credibile  per  la  sua neutralità.  In  fondo  l'alternativa  per  il CICR è semplice: o veniamo a patti  con  il diavolo (attraverso un dialogo per migliorare la sorte delle vittime) oppure chiudiamo le porte dell'inferno.  La  neutralità,  specialmente  la neutralità morale, non è sempre facile da osservare.  I nostri delegati assistono talvolta a delle scene rivoltanti e devono, salvo eccezioni, restare muti. Senza arrivare a questi eccessi, può capitare  che  i  nostri  collaboratori s'intendano meglio con una parte al conflitto,  piuttosto  che con l'altra. Questo non dovrebbe capitare, anche se  è umano, perché non è sempre possibile ordinare i propri sentimenti. Ma sono  lieto  di  poter  affermare  che  il  CICR  ed  i suoi delegati hanno generalmente saputo dimostrarsi all'altezza della situazione.  La  difficoltà  è  un'altra. Si tratta della percezione che altri (governi, comandanti, bande armate, ribelli e popolazione civile) possono avere della nostra  neutralità.  Ed  è chiaro che si tratta di un problema delicato, in quanto  spesso  veniamo  caratterizzati  come  europei, cristiani, ricchi e quindi non neutri culturalmente.  Il  nostro emblema, la croce rossa che è entrata nel diritto internazionale nel  1864  come  simbolo  protettore,  è  da  più  di  un secolo oggetto di controversie  perché  considerato  un emblema del cristianesimo. Eppure  -e qui   gli  sforzi  di  divulgazione  non  devono  mai  affievolirsi-   alla Conferenza di Ginevra del 1864 furono dei diplomatici prussiani a suggerire di   invertire   i  colori  della  bandiera  svizzera,  insistendo  che  la neutralizzazione  del  ferito  poteva  anche  essere  garantita dalla croce segnata col proprio sangue dal ferito su un drappo bianco.    Questo  ci riporta all'inizio della mia relazione, dove ho fatto l'apologia del diritto!  Effettivamente  tutto sarebbe positivo, se il rispetto delle Convenzioni di Ginevra fosse migliore.  Saremmo  allora  in  grado  di visitare i prigionieri sempre e di diventare consiglieri  dell'autorità  detentrice  per  il  loro  trattamento, saremmo facilmente  in  grado  di  far comunicare attraverso i messaggi croce rossa famiglie  separate,  saremmo  in grado di occuparci dei feriti e di dare il rifornimento  necessario  ad  ospedali  ed  altri centri di sanità, saremmo anche  in  grado di evitare la sofferenza di vittime sfollate od isolate in mancanza  di  acqua  potabile  e  di  derrate  alimentari. 

TuttoDelegati questo lo facciamo   -lo  fanno i 1.000  delegati del CICR espatriati, con l'aiuto di diverse  migliaia di collaboratori locali-,  ma in situazioni che diventano sempre  più  precarie  dal punto di vista della sicurezza. L'anno nero 1996 con  la  perdita  di  tre  delegati  nel  Burundi e cinque infermiere ed un delegato   in  Cecenia,  tutti  brutalmente  assassinati,  ci  deve  sempre ricordare  i limiti dei nostri interventi, ma anche spronarci a lavorare di più  per la diffusione di principi umanitari! Anche il recente sequestro di dieci  collaboratori durante dieci giorni in Somalia è stato un colpo duro, che  ci  porta  a  riflettere  di  nuovo  ed  intensamente  sulle misure di sicurezza.  Il tutto con costanza, rigore ed umiltà.  Oggi,  il  CICR  cerca  anche  di  far  rispettare  pienamente,  a  livello internazionale,  le  convenzioni  che  proibiscono  certi mezzi e metodi di combattimento  particolarmente  crudeli, di migliorare queste convenzioni e di  estenderle  ad  altri  settori.  Le  armi laser accecanti, come le mine terrestri,  sono un esempio tanto tragico quanto tipico del nostro impegno. Queste  mine,  concepite  originariamente  per  impedire la penetrazione in certi  settori del campo di battaglia di veicoli blindati o della fanteria, sono  state  più tardi perfezionate fino a renderle praticamente invisibili ed  a permetterne l'uso contro il personale militare prima e la popolazione civile  poi.  Oggi,  milioni di mine antipersona  -degli ordigni infernali, l'utilità  militare  dei quali non è per altro neanche certa-  continuano a mietere  vittime anche quando il motivo del loro uso non sussiste più ormai da  tempo. Esse colpiscono soprattutto le donne, i giovani e gli sventurati che,  in  mancanza  di altri mezzi, devono andare nei campi alla ricerca di qualcosa  da  mangiare,  o  di  un  po'  di  legna  per  scaldare  la  loro catapecchia.  La  bonifica  di  terreni minati richiede mezzi finanziari ed umani  enormi  e  rappresenta  un drenaggio di risorse inaccettabile per un paese appena uscito dalla guerra.  Il CICR si è impegnato a fondo in una campagna destinata sia ai governi che al  pubblico,  la quale mira ad ottenere il divieto della produzione, della commercializzazione,    dell'uso   e   dell'immagazzinamento   della   mina antipersona.  La  Convenzione  firmata  ad  Ottawa  da 123  paesi all'inizio del dicembre scorso  è  una vera vittoria dell'umanità. I miei collaboratori ne hanno un gran  merito  perché  -assieme a qualche governo (Canada, Belgio, Austria e Norvegia,  soprattutto)  ed ad organizzazioni non governative-  in poco più di  un  anno è stato possibile raggiungere questo divieto totale.

Ma ora la lotta  deve essere quella dell'universalizzazione della Convenzione e della sua  ratifica  ed  entrata  in  vigore:  nel frattempo infatti  -ogni venti minuti  nel mondo-  le mine colpiscono, uccidono o feriscono gravemente. Le vittime   -specialmente  gli  amputati-   hanno  bisogno  di  assistenza  e riabilitazione.  Sono lieto che l'Italia, dopo qualche esitazione, sia  -sotto l'impulso del Presidente della Repubblica e del Parlamento-  uno dei Paesi che, già prima della  firma  della Convenzione di Ottawa, aveva promulgato un'ottima legge antimine. In queste settimane la Croce Rossa Italiana si è impegnata in una campagna  di raccolta di fondi in favore delle vittime delle mine. Le siamo grati  di questa azione che dovrebbe portare ulteriori mezzi preziosi per i nostri trenta centri ortopedici nel mondo. 

Devo, infine, far menzione del fatto che certi Stati considerano la vendita di armi come un modo di creare posti di lavoro, o di finanziare lo sviluppo dei  loro  armamenti.  E' molto difficile per il CICR piegare la volontà di uno  Stato che ha una visione puramente commerciale del traffico d'armi. Mi sembra  però  legittimo  chiedersi:  dove sono finiti i valori etici spesso invocati come fondamenti della nostra civiltà?  Il  problema  oggi  preoccupante è quello dell'enorme disponibilità di armi leggere  sul  campo,  in  mano  ad  ogni genere di persone, specialmente ad individui  che non fanno parte di formazioni militari regolari. Sono queste armi  (mitra  di ogni genere) che uccidono oggi. Le violazioni delle regole del  diritto  umanitario  sono innumerevoli. E' per questo che il CICR si è proposto  di  sensibilizzare  i  governi  del mondo intero sul problema dal trasferimento  di queste armi leggere e sulle loro conseguenze. Ma vogliamo operare  sulla  base  dell'articolo   1  comune alle quattro Convenzioni di Ginevra,  che  invita  gli  Stati,  non  solo  a rispettare, ma anche a far rispettare  le  disposizioni  del diritto umanitario. Si tratta certo di un problema  delicato  che  non tocca solo il trasferimento legale di armi, ma che  deve  anche portare ad una più seria riflessione sul traffico illecito di queste armi.  I  tempi  cambiano  ed  i  bisogni  si spostano: dando prova di coraggio ed immaginazione,  la  Croce  Rossa  deve adeguare continuamente la sua azione alle  esigenze  del momento. In un mondo in cui l'azione politica mirante a prevenire  o  a  risolvere le crisi è di gran lunga insufficiente ed in cui l'intervento militare non contribuisce ad aumentare la tolleranza, il ruolo del   Movimento   della  Croce  Rossa  diventa  indispensabile. 

Certamente indispensabile  negl'interventi  d'urgenza  e nella ricostruzione, ma anche nell'azione  di prevenzione: lottando attivamente contro ogni forma di odio e di fanatismo, contro il razzismo e l'esclusione. Ma possiamo fare di più, tanto  a  livello internazionale che nazionale per promuovere questo valore della  tolleranza,  il  solo che possa risparmiare domani all'umanità delle disgrazie  ancora più grandi. Perché la tolleranza  -che è testimonianza di coraggio-   implica  l'adesione  a  delle norme di civiltà e di cultura, ad un'arte  di  vivere,  ad  una convivialità vissuta quotidianamente, con dei principi riconosciuti ed accettati, basati sull'ascolto e sul dialogo.  Vi  ho parlato delle sfide umanitarie in un mondo in trasformazione: per la Croce   Rossa   la   situazione  odierna  richiede  compassione,  azione  e riflessione, ma soprattutto responsabilità. All'epoca della globalizzazione dell'economia,   il   mio   appello   è  quello  di  globalizzazione  della responsabilità: responsabilità verso l'umanità.  In  conclusione di questa relazione, che mi sono rallegrato di poter tenere a  Firenze  su  iniziativa della Presidente del Comitato provinciale e dopo aver  lodato  le  basi giuridiche del diritto umanitario, ma sottolineato i numerose  sfide  che  ci  attendono  alla  vigilia del XXI secolo,  confrontati  a  tante  violazioni  del  diritto ed all'insicurezza dell'operare  del delegato di Croce Rossa, la domanda spontanea è quella di sapere  quali  debbono  essere  in  avvenire  le attività della Croce Rossa Internazionale  in  tale  situazione  di  conflitti  distritturati, dove il banditismo   prevale.  La  mia  risposta  è  breve  e decisa  -e con questo chiudo- "non nova, sed nove".

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